LE CONFESSIONI DI ANNA Episodio 3 - Il Guinzaglio
giovedì, aprile 30, 2026 Marta Ferro
lunedì, aprile 27, 2026 Marta Ferro
domenica, aprile 26, 2026 Marta Ferro
C'è un momento, prima che cominci, in cui sai esattamente cosa sta per succedere e al tempo stesso non sai niente.
Lui ha il dispositivo in mano. Io sono ferma. E in quel secondo di attesa - che dura un'eternità - il mio corpo è già altrove.
La prima volta che ho sentito la corrente non ho avuto parole per descriverla. Non era dolore, anche se la mia mente ha impiegato un istante per capirlo. Era qualcosa di più immediato - un segnale diretto, senza mediazione, che il sistema nervoso riceve prima ancora che tu abbia il tempo di interpretarlo.
È così che funziona, con l'elettrostimolazione: non chiede permesso. Non passa dalla testa. Parla direttamente al corpo, e il corpo risponde. Senza filtri.
Quello che cambia, rispetto a qualunque altra cosa, è la qualità dell'abbandono. Non puoi fare finta. Non puoi controllare la risposta. Puoi scegliere di essere lì - e questa è la tua unica scelta, ed è immensa - ma quello che succede dopo non è più nelle tue mani.
Lui lo sa. È per questo che usa quella cosa con tanta lentezza.
L'intensità si regola. Puoi partire da un formicolio appena percettibile, quasi caldo, che ti fa dubitare di sentire davvero qualcosa. Poi sale. E ogni livello è un posto nuovo, con un nome che non hai ancora.
Non dico altro.
Se sei curiosa - davvero curiosa, non curiosa-in-teoria - sai già che questo post non basta. Alcune soglie si capiscono solo attraversandole.
sabato, aprile 25, 2026 Marta Ferro
C'è un momento, la notte, in cui il bagno diventa un posto diverso.
La luce è sbagliata - troppo forte o troppo fioca - e lo specchio restituisce qualcosa che non è esattamente te. Qualcosa di più onesto, forse. Qualcosa che di giorno non ti permetti di guardare.
Lei è lì ogni volta che scrivo. In quel corridoio di piastrelle fredde, con la luce che arriva da dietro e trasforma ogni cosa in ombra e contorno. Non sa ancora cosa sta per fare. Lo sa benissimo.
È questo il momento che mi interessa - quello sospeso tra il sapere e il decidere. Tra il desiderio e il gesto.
I miei personaggi vivono tutti in quel momento.
🖤 Marta
mercoledì, aprile 22, 2026 Marta Ferro
Sai esattamente cosa stai facendo quando scegli il posto.
Non il tavolo in fondo, non quello appartato vicino alla finestra dove tuo marito avrebbe preferito sedersi. Quello al centro - il divanetto basso di velluto rosso dove chi entra ti vede subito, dove le gambe non hanno posto naturale dove andare se non leggermente aperte, dove la gonna corta diventa una domanda che dipende da chi ha il coraggio di guardarsi intorno.
Tuo marito lo sa. Ti tiene la mano mentre ordinate e la sua stretta è diversa dal solito - più ferma, come se stesse trattenendo qualcosa.
La cavigliera d'argento scintilla sotto la luce del locale. L'asso di picche sulla caviglia destra - piccolo, discreto, una macchietta d'inchiostro che chi non sa leggere non vede, chi sa leggere non riesce a smettere di guardare. Hai imparato presto che il mondo è diviso esattamente così: quelli che non vedono, e quelli che vedono tutto.
Lasci che la gonna scivoli un po' mentre incroci e disincroce le gambe. Lentamente. Come chi si sistema senza pensarci.
Lo fanno apposta o no? ti chiedevi all'inizio, anni fa. Adesso sai la risposta: non importa. Quello che importa è il momento esatto in cui uno sconosciuto capisce, e il suo respiro cambia. Quella frazione di secondo in cui il controllo si sposta - da lui a te, senza che lui se ne accorga - è la cosa più potente che tu abbia mai sentito. Più di qualsiasi orgasmo. O forse è la stessa cosa, solo che arriva prima.
Sono due, seduti al bancone. Uno alto, camicia aperta, che finge di guardare lo schermo sopra il bar ma da dieci minuti non riesce a tenere gli occhi fermi. L'altro più piccolo, mascella quadrata, che invece ti guarda senza fingere niente. Quello lì ti piace già.
Quando apri le gambe quel tanto che basta - la vulva appena visibile nell'ombra della gonna, nessuna mutandina a complicare le cose - è per lui. Per quello che guarda senza chiedere scusa.
Tuo marito emette un suono quasi impercettibile accanto a te. Non è disapprovazione. Non lo è mai.
Il tipo con la mascella quadrata dice qualcosa all'altro. L'altro si gira. Si guardano. Si alzano.
Eccoli, pensi, e senti il calore espandersi dalla pancia verso il basso come un'onda lenta.
Si siedono al vostro tavolo con la naturalezza di chi sa già come andrà a finire. Uno di loro - quello alto - stringe la mano a tuo marito prima ancora di presentarsi, e quella cosa lì, quel gesto di riconoscimento tra uomini, ti fa venire voglia di ridere e di baciarli entrambi nello stesso momento.
Bevete qualcosa. Parlate di niente. Sotto il tavolo la mano della mascella quadrata trova la tua caviglia, il pollice che scorre sull'asso di picche con una lentezza deliberata.
"La macchina è fuori," dice semplicemente.
Guardi tuo marito. Lui annuisce - appena, quasi invisibile - e in quell'annuire c'è dieci anni di matrimonio, tre traslochi, una figlia che dorme dalla nonna, e qualcosa che non avete mai trovato le parole per nominare ma che tiene tutto insieme meglio di qualsiasi parola.
"Andiamo," dici tu.
Il parcheggio è buio, l'auto è grande, i finestrini si appannano in fretta. Tuo marito rimane fuori - non gliel'hai chiesto, non te l'ha chiesto - e sai che starà guardando quel rettangolo di vetro opaco con la stessa faccia che aveva quando ti ha vista scegliere quel tavolo.
Dentro, la mascella quadrata ti toglie la gonna con una pazienza che non ti aspettavi. L'altro - quello alto - si sbottona i pantaloni e tu lo guardi mentre lo fa, curiosa come sempre di quel momento, di quella prima volta in cui un uomo nuovo si mostra. È lungo ma non enorme, leggermente curvo verso sinistra, e quella curva ti dice già qualcosa su come lo userai.
La mascella quadrata invece ti sorprende. È spesso - più spesso che lungo - con una cappella larga e piatta come un fungo che sembra fatta apposta per strusciare. E lui lo sa. Lo fa apposta.
Ti apre le labbra con due dita, ti guarda mentre lo fa con un'attenzione quasi clinica, poi appoggia la cappella sul clitoride e comincia a muoverla su e giù - lentamente, con una pressione costante che ti fa chiudere gli occhi senza volerlo. Su e giù. La testa umida che raccoglie il tuo liquido e lo ridistribuisce, che scende fino all'ingresso e si ferma lì - solo lì - prima di risalire.
"Guardami," dice.
Apri gli occhi.
"Brava."
Nel frattempo l'altro ti ha presa per i capelli, non bruscamente, e ti ha girata verso di lui. Lo prendi in bocca sentendo quella curva verso sinistra che preme contro la guancia, il suo respiro che cambia subito - più corto, più involontario. Questo mi piace, pensi. Quando capiscono che non possono fingere.
La mascella quadrata ti penetra nel momento in cui meno te lo aspetti - un affondo solo, fino in fondo - e quella larghezza ti riempie in un modo diverso dal solito, più diffuso, come se ti toccasse punti che di solito restano nell'ombra. Emetti un suono che non è elegante. Non ti importa.
Trovano un ritmo senza parlarsi, quei due - uno che spinge, l'altro che trattiene, il tuo corpo che diventa il punto d'incontro tra le loro intenzioni. Senti tutto il tempo il bordo della cappella larga che si ritira e rientra, quella forma precisa che impara il tuo interno colpo dopo colpo.
È questo, pensi mentre il primo ti porta sull'orlo e l'altro ti riempie la gola di un gemito trattenuto. Non è il sesso. È sapere di poterlo fare. È scegliere. È che nessuno in quel locale, tranne tre persone, sapeva cosa stava succedendo - e io lo sapevo per prima.
Quando vieni è con gli occhi aperti.
Attraverso il finestrino appannato intravedi la sagoma di tuo marito, immobile nel buio.
Gli sorridi. Non può vederti, ma lo sai che capisce lo stesso.
Marta Ferro