Ciao a tutti. Sono Marta, scrivo racconti erotici. Questi sono diari di donne scritte in prima persona: storie intime che esplorano il desiderio dentro relazioni vere.

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mercoledì 15 aprile 2026

Quella notte


 


 

 

Quella notte

di Marta Ferro


Non vado spesso in discoteca.

Non è una questione di età - ho ventotto anni, non sono una nonna - è che la musica troppo alta mi dà l'ansia e la gente che beve per dimenticare chi è mi rattristisce. Ma quella sera Valentina mi aveva trascinata fuori quasi a forza, e avevo ceduto perché fuori c'era la primavera e dentro casa c'era soltanto il solito silenzio di chi è sola da troppo tempo.

L'ho visto quasi subito.

Era appoggiato al bancone del bar, lontano dalla pista, con un bicchiere in mano e quell'aria di chi non ha bisogno di ballare per esistere in una stanza. Alto, capelli chiari leggermente disordinati, una mascella che avrei voluto mordere. Indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate e sembrava essere lì per caso - uno di quegli uomini che stanno bene ovunque senza sembrare di provarci.

I nostri sguardi si sono incontrati una volta.

Poi lui ha guardato altrove.

Io no.


Valentina ballava con qualcuno che aveva trovato nel giro di dieci minuti - aveva questo talento, lei - e io ero rimasta con il mio Aperol in mano a osservare il ragazzo della camicia bianca. Si chiamava Alessandro, l'avrei saputo dopo. In quel momento era solo l'uomo più bello che avessi visto da mesi, forse anni, e sentivo nel petto quella pressione strana che arriva quando capisci che qualcosa sta per succedere - o che potresti farlo succedere, se solo avessi il coraggio.

Quella sera il coraggio ce l'avevo.

Mi sono avvicinata al bancone. Ho ordinato un altro drink fingendo di non averlo visto, poi mi sono girata verso di lui con quella disinvoltura che si impara solo dopo molti tentativi falliti.

«Stai aspettando qualcuno?»

Mi ha guardata. Da vicino era ancora meglio - occhi chiari, quasi grigi, con qualcosa di tranquillo dentro che mi faceva venire voglia di agitarlo.

«No.»

«Anche tu sembri annoiato quanto me.»

Un angolo della sua bocca si è sollevato. «Forse.»

«Allora possiamo annoiarci insieme.»


Ci siamo parlati per quasi un'ora, seduti su degli sgabelli alti con la musica che ci costringeva a stare vicini per sentirci. Ho imparato che si chiamava Alessandro, che lavorava in un'agenzia di design, che era lì per il compleanno di un amico che aveva già smesso di cercarlo.

E ho imparato, soprattutto, che ogni volta che parlava si avvicinava appena verso di me - millimetro per millimetro, senza fretta - e che ogni volta che lo facevo anch'io non si tirava indietro.

A un certo punto la sua gamba era contro la mia.

A un certo punto la sua mano era sul mio polso.

Non per tenermi - soltanto appoggiata, come per caso. Ma non per caso.

Ho guardato la sua bocca mentre parlava e ho smesso di sentire le parole.

«Vuoi uscire?» ho detto.

Si è fermato a metà frase. Mi ha guardata con quell'espressione - sorpresa, ma non troppo. Come se l'avesse aspettato.

«Sì.»


La sua macchina era parcheggiata a due isolati, in una strada laterale poco illuminata. Un SUV scuro, ampio, silenzioso. Appena ha chiuso la portiera il rumore della discoteca è sparito del tutto, sostituito da un silenzio che sembrava fatto apposta.

Ci siamo guardati.

Poi lui si è girato verso di me e io mi sono mossa in anticipo - ho preso la sua faccia tra le mani e l'ho baciato prima che potesse farlo lui.

Il bacio è durato a lungo. Le sue mani hanno trovato i miei fianchi, poi la mia schiena, poi i miei capelli - con una progressione lenta e inesorabile che mi toglieva il respiro. Sapeva di whisky e di qualcosa di più profondo, una nota calda che mi entrava nel sangue.

Mi sono spostata sul suo sedile, a cavalcioni su di lui, senza smettere di baciarlo. Lui ha emesso un suono basso, sorpreso dal mio peso su di lui, e ho sentito subito quanto lo stessi già eccitando.

«Ludovica...»

«Non pensare» ho detto contro la sua bocca.

Ha obbedito.

Le sue mani hanno trovato l'orlo del mio vestito - corto, per fortuna, quella sera avevo scelto bene - e sono risalite lungo le mie cosce con una lentezza che era quasi crudele. Quando ha scoperto che sotto non c'era quasi niente ha emesso un respiro brusco.

«Dio.»

Ho sorriso contro il suo collo.

Le sue dita hanno cominciato a esplorarmi con una precisione che non mi aspettavo - attenta, paziente, come se stesse imparando qualcosa di importante. Ho sentito la schiena irrigidirsi, le mani stringersi alle sue spalle.

«Alessandro...»

«Shhh. Lasciami fare.»

L'ho lasciato fare.

Quando mi sono sentita sciogliere completamente tra le sue mani ho capito che non sarebbe bastato. L'ho guardato negli occhi - quegli occhi chiari che nella penombra sembravano quasi argento - e ho detto:

«Voglio sentirti.»

Si è mosso veloce ma non goffo - i jeans abbassati quanto bastava, le mie mutandine spostate di lato - e poi l'ho sentito contro di me, caldo e teso, e mi sono abbassata lentamente, prendendolo dentro centimetro per centimetro mentre lui stringeva i braccioli del sedile come per non perdere il controllo.

«Cazzo» ha sussurrato.

Mi sono mossa.

Fuori, la strada era vuota. Dentro, il finestrino dal lato del passeggero aveva cominciato ad appannarsi.

I suoi fianchi si alzavano per incontrarmi, le sue mani guidavano il mio ritmo senza impormelo - insieme, come se ci conoscessimo da anni invece che da un'ora. Sentivo ogni cosa con una nitidezza strana, amplificata - il tessuto del suo sedile sotto le mie ginocchia, il suo respiro spezzato contro la mia tempia, il rumore soffice e ritmico del nostro movimento nel silenzio della macchina.

Sono arrivata con un grido che ho soffocato contro il suo collo, le dita affondate nelle sue spalle. Lui mi ha seguita pochi secondi dopo, stringendomi i fianchi così forte da lasciarmi i segni.


Siamo rimasti immobili per un lungo momento, il suo respiro che si calmava sotto il mio, la sua fronte contro la mia spalla.

Poi ho riso - piano, sorpresa da me stessa.

«Cosa c'è?» ha chiesto.

«Niente. Valentina non ci crederà mai.»

Ha riso anche lui - una risata bassa, calda, che mi è piaciuta moltissimo.

Mi ha dato il suo numero prima che uscissi dalla macchina. Non gliel'ho chiesto - l'ha fatto lui.

Camminando verso la discoteca con il vestito ancora stropicciato e le guance che bruciavano, ho pensato che forse avevo sbagliato a non uscire più spesso.


Fine




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