Ciao a tutti. Sono Marta, scrivo racconti erotici. Questi sono diari di donne scritte in prima persona: storie intime che esplorano il desiderio dentro relazioni vere.

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sabato 18 aprile 2026

Bru


 

Ha creduto di essere stata scelta. Non aveva capito di essere stata studiata.

Giovanna ha quarantotto anni, un matrimonio finito e un corpo che non riconosce più come suo. Quando Bruno la nota in palestra, per la prima volta da molto tempo qualcuno sembra davvero vederla.

È intelligente, ironica, consapevole. Eppure non vede.

Non vede come ogni complimento abbia un prezzo. Come ogni carezza sia preceduta da un calcolo. Come il nome che compare sul telefono di sua figlia - bru- sia lo stesso di chi le ha insegnato a sentirsi invisibile.

"Bru" è un romanzo sul desiderio e sull'inganno, sull'invisibilità delle donne di mezza età e sulla forza silenziosa che nasce quando si smette di chiedere il permesso di esistere. È una storia di manipolazione, di complicità inconsapevole, di una madre e una figlia che devono trovare la strada l'una verso l'altra attraverso la stessa oscurità.

Non è un romanzo rosa. È qualcosa di più scomodo e più vero.

Per chi ama la narrativa femminile che non ha paura di guardare in faccia il lato oscuro delle relazioni.


mercoledì 15 aprile 2026

Quella notte


 


 

 

Quella notte

di Marta Ferro


Non vado spesso in discoteca.

Non è una questione di età - ho ventotto anni, non sono una nonna - è che la musica troppo alta mi dà l'ansia e la gente che beve per dimenticare chi è mi rattristisce. Ma quella sera Valentina mi aveva trascinata fuori quasi a forza, e avevo ceduto perché fuori c'era la primavera e dentro casa c'era soltanto il solito silenzio di chi è sola da troppo tempo.

L'ho visto quasi subito.

Era appoggiato al bancone del bar, lontano dalla pista, con un bicchiere in mano e quell'aria di chi non ha bisogno di ballare per esistere in una stanza. Alto, capelli chiari leggermente disordinati, una mascella che avrei voluto mordere. Indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate e sembrava essere lì per caso - uno di quegli uomini che stanno bene ovunque senza sembrare di provarci.

I nostri sguardi si sono incontrati una volta.

Poi lui ha guardato altrove.

Io no.


Valentina ballava con qualcuno che aveva trovato nel giro di dieci minuti - aveva questo talento, lei - e io ero rimasta con il mio Aperol in mano a osservare il ragazzo della camicia bianca. Si chiamava Alessandro, l'avrei saputo dopo. In quel momento era solo l'uomo più bello che avessi visto da mesi, forse anni, e sentivo nel petto quella pressione strana che arriva quando capisci che qualcosa sta per succedere - o che potresti farlo succedere, se solo avessi il coraggio.

Quella sera il coraggio ce l'avevo.

Mi sono avvicinata al bancone. Ho ordinato un altro drink fingendo di non averlo visto, poi mi sono girata verso di lui con quella disinvoltura che si impara solo dopo molti tentativi falliti.

«Stai aspettando qualcuno?»

Mi ha guardata. Da vicino era ancora meglio - occhi chiari, quasi grigi, con qualcosa di tranquillo dentro che mi faceva venire voglia di agitarlo.

«No.»

«Anche tu sembri annoiato quanto me.»

Un angolo della sua bocca si è sollevato. «Forse.»

«Allora possiamo annoiarci insieme.»


Ci siamo parlati per quasi un'ora, seduti su degli sgabelli alti con la musica che ci costringeva a stare vicini per sentirci. Ho imparato che si chiamava Alessandro, che lavorava in un'agenzia di design, che era lì per il compleanno di un amico che aveva già smesso di cercarlo.

E ho imparato, soprattutto, che ogni volta che parlava si avvicinava appena verso di me - millimetro per millimetro, senza fretta - e che ogni volta che lo facevo anch'io non si tirava indietro.

A un certo punto la sua gamba era contro la mia.

A un certo punto la sua mano era sul mio polso.

Non per tenermi - soltanto appoggiata, come per caso. Ma non per caso.

Ho guardato la sua bocca mentre parlava e ho smesso di sentire le parole.

«Vuoi uscire?» ho detto.

Si è fermato a metà frase. Mi ha guardata con quell'espressione - sorpresa, ma non troppo. Come se l'avesse aspettato.

«Sì.»


La sua macchina era parcheggiata a due isolati, in una strada laterale poco illuminata. Un SUV scuro, ampio, silenzioso. Appena ha chiuso la portiera il rumore della discoteca è sparito del tutto, sostituito da un silenzio che sembrava fatto apposta.

Ci siamo guardati.

Poi lui si è girato verso di me e io mi sono mossa in anticipo - ho preso la sua faccia tra le mani e l'ho baciato prima che potesse farlo lui.

Il bacio è durato a lungo. Le sue mani hanno trovato i miei fianchi, poi la mia schiena, poi i miei capelli - con una progressione lenta e inesorabile che mi toglieva il respiro. Sapeva di whisky e di qualcosa di più profondo, una nota calda che mi entrava nel sangue.

Mi sono spostata sul suo sedile, a cavalcioni su di lui, senza smettere di baciarlo. Lui ha emesso un suono basso, sorpreso dal mio peso su di lui, e ho sentito subito quanto lo stessi già eccitando.

«Ludovica...»

«Non pensare» ho detto contro la sua bocca.

Ha obbedito.

Le sue mani hanno trovato l'orlo del mio vestito - corto, per fortuna, quella sera avevo scelto bene - e sono risalite lungo le mie cosce con una lentezza che era quasi crudele. Quando ha scoperto che sotto non c'era quasi niente ha emesso un respiro brusco.

«Dio.»

Ho sorriso contro il suo collo.

Le sue dita hanno cominciato a esplorarmi con una precisione che non mi aspettavo - attenta, paziente, come se stesse imparando qualcosa di importante. Ho sentito la schiena irrigidirsi, le mani stringersi alle sue spalle.

«Alessandro...»

«Shhh. Lasciami fare.»

L'ho lasciato fare.

Quando mi sono sentita sciogliere completamente tra le sue mani ho capito che non sarebbe bastato. L'ho guardato negli occhi - quegli occhi chiari che nella penombra sembravano quasi argento - e ho detto:

«Voglio sentirti.»

Si è mosso veloce ma non goffo - i jeans abbassati quanto bastava, le mie mutandine spostate di lato - e poi l'ho sentito contro di me, caldo e teso, e mi sono abbassata lentamente, prendendolo dentro centimetro per centimetro mentre lui stringeva i braccioli del sedile come per non perdere il controllo.

«Cazzo» ha sussurrato.

Mi sono mossa.

Fuori, la strada era vuota. Dentro, il finestrino dal lato del passeggero aveva cominciato ad appannarsi.

I suoi fianchi si alzavano per incontrarmi, le sue mani guidavano il mio ritmo senza impormelo - insieme, come se ci conoscessimo da anni invece che da un'ora. Sentivo ogni cosa con una nitidezza strana, amplificata - il tessuto del suo sedile sotto le mie ginocchia, il suo respiro spezzato contro la mia tempia, il rumore soffice e ritmico del nostro movimento nel silenzio della macchina.

Sono arrivata con un grido che ho soffocato contro il suo collo, le dita affondate nelle sue spalle. Lui mi ha seguita pochi secondi dopo, stringendomi i fianchi così forte da lasciarmi i segni.


Siamo rimasti immobili per un lungo momento, il suo respiro che si calmava sotto il mio, la sua fronte contro la mia spalla.

Poi ho riso - piano, sorpresa da me stessa.

«Cosa c'è?» ha chiesto.

«Niente. Valentina non ci crederà mai.»

Ha riso anche lui - una risata bassa, calda, che mi è piaciuta moltissimo.

Mi ha dato il suo numero prima che uscissi dalla macchina. Non gliel'ho chiesto - l'ha fatto lui.

Camminando verso la discoteca con il vestito ancora stropicciato e le guance che bruciavano, ho pensato che forse avevo sbagliato a non uscire più spesso.


Fine




Quando è suonato il campanello


 


 

 

Quando è suonato il campanello 

 di Marta Ferro

 

Mia figlia Sara era uscita alle undici del mattino con le amiche.

«Torno per cena, mamma» aveva detto, lanciando la borsa su una spalla con quella grazia disordinata che mi aveva sempre fatto sorridere. Ventitré anni. La mia stessa bocca, ma molto più coraggio del mio.

Avevo trascorso la mattinata in vestaglia, con il caffè freddo sul tavolo e una serie che non riuscivo a seguire. Da quando Roberto se n'era andato - quasi tre anni - il sabato aveva smesso di avere senso. Non era tristezza, era solo... vuoto. Il tipo di vuoto silenzioso che si installa nelle case dove vivono donne sole.

Avevo quarantaquattro anni. Non mi sentivo vecchia. Ma non mi sentivo neanche viva, non del tutto.

Quando ha suonato il campanello erano le due del pomeriggio.

Ho aperto la porta senza nemmeno guardare dallo spioncino - errore che mi rimprovero ancora, ma per motivi diversi da quelli che pensavo allora.

Gianluca.

Il fidanzato di Sara da quasi un anno. Alto, spalle larghe, capelli scuri tagliati corti ai lati, quella mascella che sembrava disegnata. Aveva ventiquattro anni e uno sguardo che non riuscivo mai a incontrare troppo a lungo senza distogliere il mio.

«Giovanna, ciao. Sara c'è?»

«No, è uscita stamattina. Non ti ha avvertito?»

Ha fatto una smorfia. «Mi ha scritto adesso, ma ero già in zona. Posso aspettare un attimo? Devo lasciarle una cosa.»

Ho fatto un passo di lato. Naturalmente. Come si fa.

Naturalmente.


Era seduto sul divano del salotto e io ero in vestaglia. Me ne sono accorta solo quando ho visto il suo sguardo scendere, appena un secondo, prima di risalire al mio viso. Un secondo era bastato.

Mi sono stretta la vestaglia al petto. «Mi vesto.»

«Non disturbarti.»

La sua voce era tranquilla. Troppo tranquilla per un ragazzo di ventiquattro anni in casa della madre della sua fidanzata.

Ho preparato del caffè perché non sapevo cos'altro fare. Le mani mi tremavano appena, e odiavo me stessa per questo.

Quando sono tornata in salotto con le due tazze, lui si era alzato ed era vicino alla libreria, a guardare le fotografie. Ce n'era una di me a trent'anni, in spiaggia, con i capelli bagnati e un bikini rosso.

«Eri bellissima» ha detto, senza girarsi.

«Ero

Si è girato allora. Mi ha guardata con un'espressione che non avevo più visto da anni su nessun uomo - non quel tipo di espressione. Diretta. Senza equivoci.

«Anche adesso.»

Ho posato le tazze sul tavolo. Le mani erano sicure adesso - strana cosa, il corpo che si calma proprio quando la testa comincia a perdere il controllo.

«Gianluca, stai con mia figlia.»

«Lo so.»

«Allora—»

«Lo so» ha ripetuto, avvicinandosi di un passo. «Ma è da sei mesi che vengo qui e ti guardo e non riesco a smettere di pensarci.»

Avrei dovuto dirgli di andarsene. Avrei dovuto essere arrabbiata, o almeno fare la parte di chi lo è.

Invece sono rimasta ferma mentre lui si avvicinava ancora, lentamente, come se mi desse tutto il tempo del mondo per fermarlo.

Non l'ho fermato.


La sua bocca era calda e sicura, senza fretta. Non era il bacio di un ragazzo che non sa cosa fare - era il bacio di uno che ha già deciso e aspettava solo il permesso.

Io gliel'ho dato.

Ho sentito le sue mani aprire la vestaglia con una lentezza deliberata, quasi cerimoniale, e non ho mosso un dito per impedirlo. La vestaglia è caduta ai miei piedi e lui si è fermato a guardarmi - completamente, senza pudore, con quegli occhi scuri che sembravano volermi imparare a memoria.

«Cristo» ha detto sottovoce.

Una parola sola. Ma nel modo in cui l'ha detta c'era tutto.

Mi ha presa per mano e mi ha portata verso il divano. Si è seduto e mi ha fatta accomodare su di lui, a cavalcioni, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ho sentito quanto fosse eccitato attraverso i jeans e qualcosa nel mio ventre si è stretto in modo antico, familiare e al tempo stesso nuovo.

Le sue mani risalivano lungo i miei fianchi, la mia schiena, con una sicurezza che mi toglieva il respiro. Ho sentito la sua bocca sul mio collo, le mie spalle, il mio petto - lenta, precisa, come se avesse tutto il tempo.

«Gianluca...»

«Shhh.»

Ha trovato il modo di spogliarsi senza smettere di toccarmi, e quando l'ho sentito contro di me - caldo, teso, insistente - ho chiuso gli occhi.

Non pensavo più a Sara. Non pensavo più a niente.

Quando l'ho accolto dentro di me ho emesso un suono che non riconoscevo come mio - profondo, quasi sorpreso. Lui ha inspirato bruscamente, le dita strette ai miei fianchi.

«Dio» ha sussurrato.

Mi sono mossa lentamente, trovando il ritmo. Lui mi guardava con un'intensità che mi faceva sentire esposta in un modo che non era soltanto fisico - era come se mi vedesse davvero, non come la madre di Sara, non come una donna di mezza età in vestaglia il sabato pomeriggio, ma come una donna e basta.

Forse era per questo che non riuscivo a smettere.

Le sue mani mi guidavano senza forzarmi, i suoi fianchi si alzavano per incontrarmi, e io sentivo salire qualcosa che non sentivo da anni - non soltanto il piacere fisico, ma quella sensazione di esistere completamente, di occupare lo spazio che mi spettava.

Quando sono arrivata al culmine ho nascosto la faccia nel suo collo e ho trattenuto il respiro. Lui mi ha seguita poco dopo, stringendomi forte, il respiro spezzato contro la mia pelle.

Siamo rimasti così per un minuto che sembrava fuori dal tempo.


Poi il silenzio è tornato ad avere un peso.

Mi sono alzata. Ho raccolto la vestaglia. Lui si è rivestito senza fretta, senza imbarazzo.

Alla porta, prima di uscire, si è girato.

«Non lo dirò a Sara» ha detto.

«Lo so.»

«E tu?»

L'ho guardato. Quel ragazzo bello e sbagliato con gli occhi scuri e le spalle troppo larghe.

«Nemmeno io.»

Ha annuito. Ha chiuso la porta dietro di sé con delicatezza.

Sono rimasta ferma in mezzo al salotto per un lungo momento. Fuori, il sabato continuava a scorrere nel suo silenzio consueto.

Ma io, per la prima volta da anni, mi sentivo stranamente sveglia.

 

Fine