Quando è suonato il campanello
Quando è suonato il campanello
di Marta Ferro
Mia figlia Sara era uscita alle undici del mattino con le amiche.
«Torno per cena, mamma» aveva detto, lanciando la borsa su una spalla con quella grazia disordinata che mi aveva sempre fatto sorridere. Ventitré anni. La mia stessa bocca, ma molto più coraggio del mio.
Avevo trascorso la mattinata in vestaglia, con il caffè freddo sul tavolo e una serie che non riuscivo a seguire. Da quando Roberto se n'era andato - quasi tre anni - il sabato aveva smesso di avere senso. Non era tristezza, era solo... vuoto. Il tipo di vuoto silenzioso che si installa nelle case dove vivono donne sole.
Avevo quarantaquattro anni. Non mi sentivo vecchia. Ma non mi sentivo neanche viva, non del tutto.
Quando ha suonato il campanello erano le due del pomeriggio.
Ho aperto la porta senza nemmeno guardare dallo spioncino - errore che mi rimprovero ancora, ma per motivi diversi da quelli che pensavo allora.
Gianluca.
Il fidanzato di Sara da quasi un anno. Alto, spalle larghe, capelli scuri tagliati corti ai lati, quella mascella che sembrava disegnata. Aveva ventiquattro anni e uno sguardo che non riuscivo mai a incontrare troppo a lungo senza distogliere il mio.
«Giovanna, ciao. Sara c'è?»
«No, è uscita stamattina. Non ti ha avvertito?»
Ha fatto una smorfia. «Mi ha scritto adesso, ma ero già in zona. Posso aspettare un attimo? Devo lasciarle una cosa.»
Ho fatto un passo di lato. Naturalmente. Come si fa.
Naturalmente.
Era seduto sul divano del salotto e io ero in vestaglia. Me ne sono accorta solo quando ho visto il suo sguardo scendere, appena un secondo, prima di risalire al mio viso. Un secondo era bastato.
Mi sono stretta la vestaglia al petto. «Mi vesto.»
«Non disturbarti.»
La sua voce era tranquilla. Troppo tranquilla per un ragazzo di ventiquattro anni in casa della madre della sua fidanzata.
Ho preparato del caffè perché non sapevo cos'altro fare. Le mani mi tremavano appena, e odiavo me stessa per questo.
Quando sono tornata in salotto con le due tazze, lui si era alzato ed era vicino alla libreria, a guardare le fotografie. Ce n'era una di me a trent'anni, in spiaggia, con i capelli bagnati e un bikini rosso.
«Eri bellissima» ha detto, senza girarsi.
«Ero.»
Si è girato allora. Mi ha guardata con un'espressione che non avevo più visto da anni su nessun uomo - non quel tipo di espressione. Diretta. Senza equivoci.
«Anche adesso.»
Ho posato le tazze sul tavolo. Le mani erano sicure adesso - strana cosa, il corpo che si calma proprio quando la testa comincia a perdere il controllo.
«Gianluca, stai con mia figlia.»
«Lo so.»
«Allora—»
«Lo so» ha ripetuto, avvicinandosi di un passo. «Ma è da sei mesi che vengo qui e ti guardo e non riesco a smettere di pensarci.»
Avrei dovuto dirgli di andarsene. Avrei dovuto essere arrabbiata, o almeno fare la parte di chi lo è.
Invece sono rimasta ferma mentre lui si avvicinava ancora, lentamente, come se mi desse tutto il tempo del mondo per fermarlo.
Non l'ho fermato.
La sua bocca era calda e sicura, senza fretta. Non era il bacio di un ragazzo che non sa cosa fare - era il bacio di uno che ha già deciso e aspettava solo il permesso.
Io gliel'ho dato.
Ho sentito le sue mani aprire la vestaglia con una lentezza deliberata, quasi cerimoniale, e non ho mosso un dito per impedirlo. La vestaglia è caduta ai miei piedi e lui si è fermato a guardarmi - completamente, senza pudore, con quegli occhi scuri che sembravano volermi imparare a memoria.
«Cristo» ha detto sottovoce.
Una parola sola. Ma nel modo in cui l'ha detta c'era tutto.
Mi ha presa per mano e mi ha portata verso il divano. Si è seduto e mi ha fatta accomodare su di lui, a cavalcioni, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ho sentito quanto fosse eccitato attraverso i jeans e qualcosa nel mio ventre si è stretto in modo antico, familiare e al tempo stesso nuovo.
Le sue mani risalivano lungo i miei fianchi, la mia schiena, con una sicurezza che mi toglieva il respiro. Ho sentito la sua bocca sul mio collo, le mie spalle, il mio petto - lenta, precisa, come se avesse tutto il tempo.
«Gianluca...»
«Shhh.»
Ha trovato il modo di spogliarsi senza smettere di toccarmi, e quando l'ho sentito contro di me - caldo, teso, insistente - ho chiuso gli occhi.
Non pensavo più a Sara. Non pensavo più a niente.
Quando l'ho accolto dentro di me ho emesso un suono che non riconoscevo come mio - profondo, quasi sorpreso. Lui ha inspirato bruscamente, le dita strette ai miei fianchi.
«Dio» ha sussurrato.
Mi sono mossa lentamente, trovando il ritmo. Lui mi guardava con un'intensità che mi faceva sentire esposta in un modo che non era soltanto fisico - era come se mi vedesse davvero, non come la madre di Sara, non come una donna di mezza età in vestaglia il sabato pomeriggio, ma come una donna e basta.
Forse era per questo che non riuscivo a smettere.
Le sue mani mi guidavano senza forzarmi, i suoi fianchi si alzavano per incontrarmi, e io sentivo salire qualcosa che non sentivo da anni - non soltanto il piacere fisico, ma quella sensazione di esistere completamente, di occupare lo spazio che mi spettava.
Quando sono arrivata al culmine ho nascosto la faccia nel suo collo e ho trattenuto il respiro. Lui mi ha seguita poco dopo, stringendomi forte, il respiro spezzato contro la mia pelle.
Siamo rimasti così per un minuto che sembrava fuori dal tempo.
Poi il silenzio è tornato ad avere un peso.
Mi sono alzata. Ho raccolto la vestaglia. Lui si è rivestito senza fretta, senza imbarazzo.
Alla porta, prima di uscire, si è girato.
«Non lo dirò a Sara» ha detto.
«Lo so.»
«E tu?»
L'ho guardato. Quel ragazzo bello e sbagliato con gli occhi scuri e le spalle troppo larghe.
«Nemmeno io.»
Ha annuito. Ha chiuso la porta dietro di sé con delicatezza.
Sono rimasta ferma in mezzo al salotto per un lungo momento. Fuori, il sabato continuava a scorrere nel suo silenzio consueto.
Ma io, per la prima volta da anni, mi sentivo stranamente sveglia.
Fine



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