Ciao a tutti. Sono Marta, scrivo racconti erotici. Questi sono diari di donne scritte in prima persona: storie intime che esplorano il desiderio dentro relazioni vere.

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sabato 25 aprile 2026

Prima dell'alba


 

 



C'è un momento, la notte, in cui il bagno diventa un posto diverso.

La luce è sbagliata - troppo forte o troppo fioca - e lo specchio restituisce qualcosa che non è esattamente te. Qualcosa di più onesto, forse. Qualcosa che di giorno non ti permetti di guardare.

Lei è lì ogni volta che scrivo. In quel corridoio di piastrelle fredde, con la luce che arriva da dietro e trasforma ogni cosa in ombra e contorno. Non sa ancora cosa sta per fare. Lo sa benissimo.

È questo il momento che mi interessa - quello sospeso tra il sapere e il decidere. Tra il desiderio e il gesto.

I miei personaggi vivono tutti in quel momento.

🖤 Marta

 

mercoledì 22 aprile 2026

Quello che sanno leggere


 

 


 


Sai esattamente cosa stai facendo quando scegli il posto.

Non il tavolo in fondo, non quello appartato vicino alla finestra dove tuo marito avrebbe preferito sedersi. Quello al centro - il divanetto basso di velluto rosso dove chi entra ti vede subito, dove le gambe non hanno posto naturale dove andare se non leggermente aperte, dove la gonna corta diventa una domanda che dipende da chi ha il coraggio di guardarsi intorno.

Tuo marito lo sa. Ti tiene la mano mentre ordinate e la sua stretta è diversa dal solito - più ferma, come se stesse trattenendo qualcosa.

La cavigliera d'argento scintilla sotto la luce del locale. L'asso di picche sulla caviglia destra - piccolo, discreto, una macchietta d'inchiostro che chi non sa leggere non vede, chi sa leggere non riesce a smettere di guardare. Hai imparato presto che il mondo è diviso esattamente così: quelli che non vedono, e quelli che vedono tutto.

 


 

Lasci che la gonna scivoli un po' mentre incroci e disincroce le gambe. Lentamente. Come chi si sistema senza pensarci.

Lo fanno apposta o no? ti chiedevi all'inizio, anni fa. Adesso sai la risposta: non importa. Quello che importa è il momento esatto in cui uno sconosciuto capisce, e il suo respiro cambia. Quella frazione di secondo in cui il controllo si sposta - da lui a te, senza che lui se ne accorga - è la cosa più potente che tu abbia mai sentito. Più di qualsiasi orgasmo. O forse è la stessa cosa, solo che arriva prima.

Sono due, seduti al bancone. Uno alto, camicia aperta, che finge di guardare lo schermo sopra il bar ma da dieci minuti non riesce a tenere gli occhi fermi. L'altro più piccolo, mascella quadrata, che invece ti guarda senza fingere niente. Quello lì ti piace già.

Quando apri le gambe quel tanto che basta - la vulva appena visibile nell'ombra della gonna, nessuna mutandina a complicare le cose - è per lui. Per quello che guarda senza chiedere scusa.

Tuo marito emette un suono quasi impercettibile accanto a te. Non è disapprovazione. Non lo è mai.

Il tipo con la mascella quadrata dice qualcosa all'altro. L'altro si gira. Si guardano. Si alzano.

Eccoli, pensi, e senti il calore espandersi dalla pancia verso il basso come un'onda lenta.

Si siedono al vostro tavolo con la naturalezza di chi sa già come andrà a finire. Uno di loro - quello alto - stringe la mano a tuo marito prima ancora di presentarsi, e quella cosa lì, quel gesto di riconoscimento tra uomini, ti fa venire voglia di ridere e di baciarli entrambi nello stesso momento.

Bevete qualcosa. Parlate di niente. Sotto il tavolo la mano della mascella quadrata trova la tua caviglia, il pollice che scorre sull'asso di picche con una lentezza deliberata.

"La macchina è fuori," dice semplicemente.

Guardi tuo marito. Lui annuisce - appena, quasi invisibile - e in quell'annuire c'è dieci anni di matrimonio, tre traslochi, una figlia che dorme dalla nonna, e qualcosa che non avete mai trovato le parole per nominare ma che tiene tutto insieme meglio di qualsiasi parola.

"Andiamo," dici tu.

 

Il parcheggio è buio, l'auto è grande, i finestrini si appannano in fretta. Tuo marito rimane fuori - non gliel'hai chiesto, non te l'ha chiesto - e sai che starà guardando quel rettangolo di vetro opaco con la stessa faccia che aveva quando ti ha vista scegliere quel tavolo.

Dentro, la mascella quadrata ti toglie la gonna con una pazienza che non ti aspettavi. L'altro - quello alto - si sbottona i pantaloni e tu lo guardi mentre lo fa, curiosa come sempre di quel momento, di quella prima volta in cui un uomo nuovo si mostra. È lungo ma non enorme, leggermente curvo verso sinistra, e quella curva ti dice già qualcosa su come lo userai.

La mascella quadrata invece ti sorprende. È spesso - più spesso che lungo - con una cappella larga e piatta come un fungo che sembra fatta apposta per strusciare. E lui lo sa. Lo fa apposta.

Ti apre le labbra con due dita, ti guarda mentre lo fa con un'attenzione quasi clinica, poi appoggia la cappella sul clitoride e comincia a muoverla su e giù - lentamente, con una pressione costante che ti fa chiudere gli occhi senza volerlo. Su e giù. La testa umida che raccoglie il tuo liquido e lo ridistribuisce, che scende fino all'ingresso e si ferma lì - solo lì - prima di risalire.


 


"Guardami," dice.

Apri gli occhi.

"Brava."

Nel frattempo l'altro ti ha presa per i capelli, non bruscamente, e ti ha girata verso di lui. Lo prendi in bocca sentendo quella curva verso sinistra che preme contro la guancia, il suo respiro che cambia subito - più corto, più involontario. Questo mi piace, pensi. Quando capiscono che non possono fingere.

La mascella quadrata ti penetra nel momento in cui meno te lo aspetti - un affondo solo, fino in fondo - e quella larghezza ti riempie in un modo diverso dal solito, più diffuso, come se ti toccasse punti che di solito restano nell'ombra. Emetti un suono che non è elegante. Non ti importa.

Trovano un ritmo senza parlarsi, quei due - uno che spinge, l'altro che trattiene, il tuo corpo che diventa il punto d'incontro tra le loro intenzioni. Senti tutto il tempo il bordo della cappella larga che si ritira e rientra, quella forma precisa che impara il tuo interno colpo dopo colpo.

È questo, pensi mentre il primo ti porta sull'orlo e l'altro ti riempie la gola di un gemito trattenuto. Non è il sesso. È sapere di poterlo fare. È scegliere. È che nessuno in quel locale, tranne tre persone, sapeva cosa stava succedendo - e io lo sapevo per prima.

Quando vieni è con gli occhi aperti.

Attraverso il finestrino appannato intravedi la sagoma di tuo marito, immobile nel buio.

Gli sorridi. Non può vederti, ma lo sai che capisce lo stesso.

Marta Ferro

Sto facendo questo per lui


 

 


 

Il motore ruggisce sempre più vicino e tu non riesci a smettere di pensare a quanto sei ridicola - in reggiseno di pizzo in un parcheggio deserto alle undici di sera, i tacchi che affondano nell'asfalto screpolato. Eppure le dita di tuo marito ti stringono la vita con una proprietà che conosci da dieci anni, e quella familiarità è l'unica cosa che ti tiene in piedi.

"Eccolo," sussurra lui, la voce che non gli avevi mai sentito prima - roca, quasi indifesa.

È per lui, pensi. Sto facendo questo per lui. Poi le portiere si aprono con un cigolio metallico e due ombre massive scendono dal camion, e smetti di pensare del tutto.

 


 

Uno ti afferra per i capelli prima ancora che tu abbia il tempo di prepararti. La testa che va indietro, il collo esposto, e la bocca dell'altro che ti trova lì - calda, umida, senza chiedere permesso. Tuo marito ti slaccia il reggiseno e le tue tette sussultano nell'aria notturna con una libertà che ti spaventa e ti eccita in egual misura. Guarda, vorresti dirgli. Guardami bene.

"Vuoi farci vedere come prendi il cazzo, troia?"

La parola ti atterra nello stomaco come un pugno. Poi, stranamente, si dissolve. Non sei offesa - sei curiosa di scoprire se è vero.

La ghiaia ti scricchiola sotto le ginocchia quando ti spingono in basso. Il cazzo caldo ti sfiora le labbra e tu lo prendi - non perché te lo abbiano ordinato, ma perché in quel momento è esattamente quello che vuoi fare. Il sapore salato ti riempie la bocca, le mani dell'altro ti trovano da dietro, un dito freddo di lubrificante che ti entra secco e ti strappa un gemito soffocato intorno alla carne che hai in gola.

 

 

Tuo marito sta filmando. Lo sai senza guardare - lo senti nel modo in cui non interviene, nel suo silenzio pieno di fiato trattenuto. Ti chiedi cosa vedrà rivedendolo domani. Se riconoscerà ancora sua moglie in quella donna inginocchiata sull'asfalto. Spero di no, pensi con improvvisa chiarezza. Spero che veda qualcun'altra. Qualcuna che vuole conoscere anch'io.

Quando il secondo ti penetra in un colpo solo il tuo corpo si tende tra il dolore e qualcosa che non ha ancora un nome. I loro movimenti diventano frenetici, i ritmi che non coincidono mai del tutto e proprio per questo ti tengono sempre sull'orlo, mai abbastanza da cadere. La bava ti cola dal mento. Stai urlando e non te ne accorgi.

Da qualche parte, nel rombo di un altro camion in arrivo, tuo marito emette un suono che non ha mai fatto prima.

Eccolo, pensi. Eccolo finalmente.

Marta Ferro

 


 

Ti voglio bene. È per questo.


 

 


 

Non aveva nemmeno finito di fingere resistenza quando la penetrò.

Un movimento solo, brutale, senza preavviso - e il tavolo andò avanti di qualche centimetro sul pavimento mentre lei si aggrappava al bordo con le unghie. Ecco, pensò, in quel lampo bianco prima che il pensiero diventasse impossibile. Ecco cosa volevo.

"Guarda bene tuo marito."

Lo guardò. Non riuscì a non farlo. Lui era lì, legato alla sedia, con quella faccia che non aveva mai visto prima - una faccia che non sapeva di potergli fare. Qualcosa in lei si strinse intorno a quell'immagine come si stringe la mano intorno a qualcosa di prezioso.

Al terzo colpo smise di recitare.

Non fu una decisione - fu una resa, e la differenza era enorme. Il gemito che le uscì era suo, completamente suo, e lo sapevano tutti e tre. L'uomo tatuato le afferrò i capelli, le piegò la testa indietro, le disse all'orecchio cose che lei già sapeva di sé ma che non aveva mai sentito pronunciare ad alta voce. Arrossì. Non per pudore - per riconoscimento.

Quando venne, venne davvero.

Le contrazioni la svuotarono dall'interno, il tavolo che tremava sotto di lei mentre lui finiva con un suono che sembrava vittoria. Restò piegata qualche secondo, il respiro rotto, i lividi a forma di mezzaluna sulle anche già caldi e pulsanti. Li avrebbe sentiti per una settimana. Li avrebbe cercati con le dita ogni mattina sotto la doccia, da sola.

Poi qualcosa si ricompose in lei - lentamente, come una gatta che decide di alzarsi.

Raccolse lo sperma colato lungo la coscia con due dita e lo portò alla bocca senza fretta, senza smettere di guardare suo marito. Non lo fece per l'uomo tatuato. Non lo fece nemmeno per lui. Lo fece per se stessa - per quella donna che stava vedendo riflessa negli occhi spalancati di suo marito, quella donna che non conosceva ancora del tutto e che aveva intenzione di frequentare meglio.

"Adesso puliscimi," disse all'amante, aprendo la bocca.

Le dita sapevano di sigaro e sudore e lei le tenne sulla lingua un momento in più del necessario.

La sedia di suo marito cigolò disperatamente quando l'uomo le avvicinò il viso alle cosce. Lei non staccò gli occhi da lui nemmeno allora.

Ti voglio bene, pensò. È per questo.

Marta Ferro