Ti voglio bene. È per questo.
Non aveva nemmeno finito di fingere resistenza quando la penetrò.
Un movimento solo, brutale, senza preavviso - e il tavolo andò avanti di qualche centimetro sul pavimento mentre lei si aggrappava al bordo con le unghie. Ecco, pensò, in quel lampo bianco prima che il pensiero diventasse impossibile. Ecco cosa volevo.
"Guarda bene tuo marito."
Lo guardò. Non riuscì a non farlo. Lui era lì, legato alla sedia, con quella faccia che non aveva mai visto prima - una faccia che non sapeva di potergli fare. Qualcosa in lei si strinse intorno a quell'immagine come si stringe la mano intorno a qualcosa di prezioso.
Al terzo colpo smise di recitare.
Non fu una decisione - fu una resa, e la differenza era enorme. Il gemito che le uscì era suo, completamente suo, e lo sapevano tutti e tre. L'uomo tatuato le afferrò i capelli, le piegò la testa indietro, le disse all'orecchio cose che lei già sapeva di sé ma che non aveva mai sentito pronunciare ad alta voce. Arrossì. Non per pudore - per riconoscimento.
Quando venne, venne davvero.
Le contrazioni la svuotarono dall'interno, il tavolo che tremava sotto di lei mentre lui finiva con un suono che sembrava vittoria. Restò piegata qualche secondo, il respiro rotto, i lividi a forma di mezzaluna sulle anche già caldi e pulsanti. Li avrebbe sentiti per una settimana. Li avrebbe cercati con le dita ogni mattina sotto la doccia, da sola.
Poi qualcosa si ricompose in lei - lentamente, come una gatta che decide di alzarsi.
Raccolse lo sperma colato lungo la coscia con due dita e lo portò alla bocca senza fretta, senza smettere di guardare suo marito. Non lo fece per l'uomo tatuato. Non lo fece nemmeno per lui. Lo fece per se stessa - per quella donna che stava vedendo riflessa negli occhi spalancati di suo marito, quella donna che non conosceva ancora del tutto e che aveva intenzione di frequentare meglio.
"Adesso puliscimi," disse all'amante, aprendo la bocca.
Le dita sapevano di sigaro e sudore e lei le tenne sulla lingua un momento in più del necessario.
La sedia di suo marito cigolò disperatamente quando l'uomo le avvicinò il viso alle cosce. Lei non staccò gli occhi da lui nemmeno allora.
Ti voglio bene, pensò. È per questo.
Marta Ferro



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