C'è una curiosità che non ha nome finché non diventa qualcosa di più grande. Federica era venuta a casa sua con una bottiglia di vino e il cuore a pezzi. Non sapevano ancora che quella notte avrebbe cambiato tutto. Un racconto sull'istante esatto in cui smetti di chiederti e se - e ti lasci semplicemente cadere.
Miele
di Marta Ferro
Federica e io ci conoscevamo da tre anni, forse quattro. Una di quelle amicizie nate per caso - una cena di colleghi, un bicchiere di troppo, una risata che non finiva più. Non avevo mai pensato a lei in quel modo. O almeno, così mi dicevo.
Quella sera era venuta a casa mia con una bottiglia di Gewürztraminer e la faccia di chi ha bisogno di parlare. Il suo ragazzo l'aveva lasciata. Non piangeva - Federica non piangeva mai - ma aveva quella tensione intorno alla bocca, quella rigidità alle spalle, che conoscevo bene. Il corpo che trattiene tutto quello che la testa si rifiuta di ammettere.
Ci sedemmo sul divano, il vino tra noi, le luci basse.
Parlò per un'ora. Poi smise di parlare.
Fu in quel silenzio che me ne accorsi.
Stavo guardando le sue mani - dita lunghe, unghie corte, smalto bordeaux quasi tutto via - e sentii qualcosa spostarsi dentro di me. Non un pensiero. Qualcosa di più antico. Come quando riconosci un posto che non hai mai visto.
"Stai bene?" disse lei.
"Sì," dissi io. "Stavo solo... ti guardavo."
Lei non abbassò gli occhi. Questo mi colpì. Li tenne su di me, un secondo in più del necessario, e in quel secondo passò qualcosa che nessuna delle due nominò.
"Anch'io," disse sottovoce.
Non so chi si mosse per prima. Ancora adesso non lo so.
So che a un certo punto il bicchiere non era più in mano mia, e la sua bocca era vicina alla mia - non sopra, ancora no - abbastanza da sentire il calore, abbastanza da sentire il respiro corto che faceva. Abbastanza da capire che stava aspettando che fossi io.
La baciai piano. Le labbra di una donna sono diverse. Più morbide, più attente - come se anche lei stesse ascoltando.
Federica fece un piccolo suono nella gola, qualcosa a metà tra sollievo e sorpresa, e mi prese il viso tra le mani. Le sue dita erano fresche sulle mie guance. Le sentivo tremare appena.
Ci baciammo a lungo, senza fretta, e ogni secondo che passava qualcosa si scioglieva in me - una resistenza che non sapevo di avere.
Quando mi sfilò la maglia, lo fece lentamente, guardandomi. Non con fame - con attenzione. Come se stesse imparando qualcosa a memoria. Sentii le sue mani scorrere lungo i fianchi, le dita che si fermavano sulle costole, sul bordo del reggiseno, e ogni punto che toccava diventava improvvisamente il centro di tutto.
"Sei bella," disse. Non come si dice per cortesia. Come si dice quando si vede davvero.
Mi fece sdraiare sul divano e rimase in ginocchio sopra di me, i capelli scuri che le cadevano in avanti. La guardai sbottonarsi la camicia e rimasi senza respiro. Aveva il corpo di una donna reale - fianchi morbidi, seno pesante, una piccola cicatrice sotto l'ombelico che non le avevo mai visto. Era la cosa più bella che avessi mai guardato.
La toccai. Posai le mani sul suo ventre e sentii i muscoli contrarsi sotto le dita. Lei chiuse gli occhi.
Quando la sua bocca scese lungo il mio collo, sulle clavicole, sul petto, capii che le donne sanno. Sanno dove fermarsi, sanno quanto premere, sanno che la pelle ha una memoria propria e che bisogna seguirla, non forzarla.
Quando arrivò tra le mie cosce lo fece senza esitazione, con una sicurezza che mi tolse ogni pensiero. La sua lingua era precisa, calda, ostinata - e io smisi di esistere come persona con un nome e un'agenda e dei problemi da risolvere. Rimasi solo quello: sensazione pura, onde corte e sempre più strette, le dita di Federica agganciate ai miei fianchi come radici.
Quando venni, piansi. Non so nemmeno perché. Non era tristezza. Era come quando finisce una tensione che dura da anni e il corpo non sa fare altro che cedere tutto in una volta.
Lei risalì lungo di me e mi tenne. Non disse niente. Aveva capito.
Più tardi, nel buio, sentii la sua voce bassa vicino all'orecchio.
"Lo sapevi?"
Ci pensai. Tutta la vita a guardare le mani delle donne, le bocche delle donne, il modo in cui si muovono. Tutta la vita a chiamarlo ammirazione.
"No," dissi. "Però ci mettevo tanto a distogliere lo sguardo."
Sentii la sua risata - quella risata che conoscevo da anni, che mi era sempre piaciuta troppo.
"Anch'io," disse di nuovo.
E questa volta capii che lo diceva da molto prima di quella sera.
© Marta Ferro - tutti i diritti riservati
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