Ciao a tutti. Sono Marta, scrivo racconti erotici. Questi sono diari di donne scritte in prima persona: storie intime che esplorano il desiderio dentro relazioni vere.

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sabato 11 aprile 2026

Salgo sul treno delle 22:40


 

 


 

 


Salgo sul treno delle 22:40 con una valigia troppo pesante e la testa ancora piena di riunione. Il vagone è quasi vuoto - qualche coppia assonnata, un ragazzo con le cuffie, e lui.

Capelli scuri, giacca sgualcita, il tipo di stanchezza che non viene dal sonno ma dalle cose. Si siede di fronte a me nel momento in cui il treno parte. Mi guarda appena, poi fissa il finestrino.

Bene così. Non ho voglia di parlare.

Il problema è il tavolo. È stretto, e le nostre ginocchia si toccano fin dall'inizio. Prima per caso. Poi non più per caso.

Non so chi muova per primo. Forse io. Forse lui. Forse il buio fuori dal finestrino, che rende tutto più facile.


"Sei sempre così silenziosa?" mi chiede a un certo punto. La sua voce è bassa, come se non volesse svegliare nessuno.

"Solo con gli sconosciuti."

"Peccato." Una pausa. "O forse no."


Mi segue nel corridoio quando mi alzo per andare al bagno. Non me lo aspetto - eppure non mi sorprende. Il bagno è piccolo e freddo e puzza di disinfettante e nessuno dei due se ne preoccupa.

Le sue mani mi trovano prima degli occhi. La sua bocca sa di caffè e di qualcosa che non so nominare. Mi spinge contro la parete con una fermezza che non è violenza - è certezza. Come se sapesse già dove voleva arrivare, e io fossi d'accordo da prima ancora di saperlo.

Mi solleva appena. Lo prendo dentro di me con una naturalezza che mi sorprende.

Il treno entra in una galleria. Il rumore del binario copre tutto. Io mi aggrappo alla sua spalla e lascio andare quella versione di me che si preoccupa sempre di fare le cose per bene.

Non dura molto. Ma non è questo il punto.


Scende a Genova. Nessuno scambio di numeri, nessun nome.

Mentre recupero la valigia e torno al mio posto, mi accorgo che sorrido. Non per lui, esattamente. Per me. Per quella parte di me che esiste solo nel buio di una galleria, tra due stazioni, senza storia e senza conseguenze.

La più vera.

Quarantuno


 




Racconto erotico - rinascita dei sensi


Compio quarantuno anni in un hotel sul mare che ho scelto da sola, di proposito, senza dire a nessuno dove andavo.

Non è una crisi. È il contrario. È che a quarantuno anni ho finalmente imparato a regalarmi le cose che voglio senza aspettare che qualcuno le indovini.

Marco ha trentatré anni - lo scopro dopo, quando ormai non cambia niente. Ha gli occhi chiari e le spalle larghe e un modo di guardarmi che non ho più visto da tanto tempo. Non il tipo di sguardo che ti cataloga. Quello che ti vede.

Lo incontro al bar della piscina il secondo giorno. Sta leggendo qualcosa, alza gli occhi, e non li abbassa subito.


"Sei qui da sola?" mi chiede.

"Sì."

"Bello."

Non aggiunge niente. Non spiega. Apprezzo questo.


Quella sera andiamo a cena insieme. Parliamo di poco e di niente e di alcune cose importanti. Beviamo vino bianco freddo e il mare fa il suo rumore di fondo e io penso: questo è uno di quei momenti che si ricordano.

Non vado a letto con lui quella sera. Lo faccio aspettare un giorno intero, non per gioco ma perché voglio assaporare anche quella parte - il desiderio prima di tutto, la tensione che cresce, la consapevolezza di scegliere.


Quando finalmente chiudo la porta della mia camera alle mie spalle con lui dentro, ho i battiti alti come a vent'anni. Ma sono più calma di quanto fossi a vent'anni. Più presente.

Lo faccio sedere sul bordo del letto e resto in piedi davanti a lui. Mi sfilo il vestito lentamente, senza fretta, mentre lui guarda con quella stessa attenzione silenziosa che mi aveva colpita al bar. Come se non volesse perdersi niente.

"Quanto sei bella," dice piano.

Non rispondo. Mi avvicino.

Quello che succede dopo non è il sesso urgente e disordinato dei vent'anni. È qualcosa di più lento, più intenzionale - lui che impara dove mi piace essere toccata, io che glielo mostro senza vergogna. La sua bocca scende lungo il collo, il petto, lo stomaco, e io chiudo gli occhi e penso che questo - questo preciso momento - è il regalo di compleanno migliore che mi potessi fare.

Mi faccio venire due volte prima di lasciarlo entrare. Non perché voglia dimostrare niente. Perché posso, e perché voglio.


Rimane tre giorni. L'ultimo mattino beviamo caffè sul balcone senza dirci niente di inutile.

"Buon compleanno," mi dice quando se ne va.

Sorrido. Quarantuno anni. Il corpo che ho adesso, la testa che ho adesso, la libertà che ho adesso.

Non tornerei indietro per niente al mondo.

venerdì 10 aprile 2026

Miele - la prima volta che ho capito


 C'è una curiosità che non ha nome finché non diventa qualcosa di più grande. Federica era venuta a casa sua con una bottiglia di vino e il cuore a pezzi. Non sapevano ancora che quella notte avrebbe cambiato tutto. Un racconto sull'istante esatto in cui smetti di chiederti e se - e ti lasci semplicemente cadere.

 

 




 

Miele

di Marta Ferro


Federica e io ci conoscevamo da tre anni, forse quattro. Una di quelle amicizie nate per caso - una cena di colleghi, un bicchiere di troppo, una risata che non finiva più. Non avevo mai pensato a lei in quel modo. O almeno, così mi dicevo.

Quella sera era venuta a casa mia con una bottiglia di Gewürztraminer e la faccia di chi ha bisogno di parlare. Il suo ragazzo l'aveva lasciata. Non piangeva - Federica non piangeva mai - ma aveva quella tensione intorno alla bocca, quella rigidità alle spalle, che conoscevo bene. Il corpo che trattiene tutto quello che la testa si rifiuta di ammettere.

Ci sedemmo sul divano, il vino tra noi, le luci basse.

Parlò per un'ora. Poi smise di parlare.

Fu in quel silenzio che me ne accorsi.

Stavo guardando le sue mani - dita lunghe, unghie corte, smalto bordeaux quasi tutto via - e sentii qualcosa spostarsi dentro di me. Non un pensiero. Qualcosa di più antico. Come quando riconosci un posto che non hai mai visto.

"Stai bene?" disse lei.

"Sì," dissi io. "Stavo solo... ti guardavo."

Lei non abbassò gli occhi. Questo mi colpì. Li tenne su di me, un secondo in più del necessario, e in quel secondo passò qualcosa che nessuna delle due nominò.

"Anch'io," disse sottovoce.


Non so chi si mosse per prima. Ancora adesso non lo so.

So che a un certo punto il bicchiere non era più in mano mia, e la sua bocca era vicina alla mia - non sopra, ancora no - abbastanza da sentire il calore, abbastanza da sentire il respiro corto che faceva. Abbastanza da capire che stava aspettando che fossi io.

La baciai piano. Le labbra di una donna sono diverse. Più morbide, più attente - come se anche lei stesse ascoltando.

Federica fece un piccolo suono nella gola, qualcosa a metà tra sollievo e sorpresa, e mi prese il viso tra le mani. Le sue dita erano fresche sulle mie guance. Le sentivo tremare appena.

Ci baciammo a lungo, senza fretta, e ogni secondo che passava qualcosa si scioglieva in me - una resistenza che non sapevo di avere.


Quando mi sfilò la maglia, lo fece lentamente, guardandomi. Non con fame - con attenzione. Come se stesse imparando qualcosa a memoria. Sentii le sue mani scorrere lungo i fianchi, le dita che si fermavano sulle costole, sul bordo del reggiseno, e ogni punto che toccava diventava improvvisamente il centro di tutto.

"Sei bella," disse. Non come si dice per cortesia. Come si dice quando si vede davvero.

Mi fece sdraiare sul divano e rimase in ginocchio sopra di me, i capelli scuri che le cadevano in avanti. La guardai sbottonarsi la camicia e rimasi senza respiro. Aveva il corpo di una donna reale - fianchi morbidi, seno pesante, una piccola cicatrice sotto l'ombelico che non le avevo mai visto. Era la cosa più bella che avessi mai guardato.

La toccai. Posai le mani sul suo ventre e sentii i muscoli contrarsi sotto le dita. Lei chiuse gli occhi.


Quando la sua bocca scese lungo il mio collo, sulle clavicole, sul petto, capii che le donne sanno. Sanno dove fermarsi, sanno quanto premere, sanno che la pelle ha una memoria propria e che bisogna seguirla, non forzarla.

Quando arrivò tra le mie cosce lo fece senza esitazione, con una sicurezza che mi tolse ogni pensiero. La sua lingua era precisa, calda, ostinata - e io smisi di esistere come persona con un nome e un'agenda e dei problemi da risolvere. Rimasi solo quello: sensazione pura, onde corte e sempre più strette, le dita di Federica agganciate ai miei fianchi come radici.

Quando venni, piansi. Non so nemmeno perché. Non era tristezza. Era come quando finisce una tensione che dura da anni e il corpo non sa fare altro che cedere tutto in una volta.

Lei risalì lungo di me e mi tenne. Non disse niente. Aveva capito.


Più tardi, nel buio, sentii la sua voce bassa vicino all'orecchio.

"Lo sapevi?"

Ci pensai. Tutta la vita a guardare le mani delle donne, le bocche delle donne, il modo in cui si muovono. Tutta la vita a chiamarlo ammirazione.

"No," dissi. "Però ci mettevo tanto a distogliere lo sguardo."

Sentii la sua risata - quella risata che conoscevo da anni, che mi era sempre piaciuta troppo.

"Anch'io," disse di nuovo.

E questa volta capii che lo diceva da molto prima di quella sera.


© Marta Ferro - tutti i diritti riservati

 

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