Salgo sul treno delle 22:40
Salgo sul treno delle 22:40 con una valigia troppo pesante e la testa ancora piena di riunione. Il vagone è quasi vuoto - qualche coppia assonnata, un ragazzo con le cuffie, e lui.
Capelli scuri, giacca sgualcita, il tipo di stanchezza che non viene dal sonno ma dalle cose. Si siede di fronte a me nel momento in cui il treno parte. Mi guarda appena, poi fissa il finestrino.
Bene così. Non ho voglia di parlare.
Il problema è il tavolo. È stretto, e le nostre ginocchia si toccano fin dall'inizio. Prima per caso. Poi non più per caso.
Non so chi muova per primo. Forse io. Forse lui. Forse il buio fuori dal finestrino, che rende tutto più facile.
"Sei sempre così silenziosa?" mi chiede a un certo punto. La sua voce è bassa, come se non volesse svegliare nessuno.
"Solo con gli sconosciuti."
"Peccato." Una pausa. "O forse no."
Mi segue nel corridoio quando mi alzo per andare al bagno. Non me lo aspetto - eppure non mi sorprende. Il bagno è piccolo e freddo e puzza di disinfettante e nessuno dei due se ne preoccupa.
Le sue mani mi trovano prima degli occhi. La sua bocca sa di caffè e di qualcosa che non so nominare. Mi spinge contro la parete con una fermezza che non è violenza - è certezza. Come se sapesse già dove voleva arrivare, e io fossi d'accordo da prima ancora di saperlo.
Mi solleva appena. Lo prendo dentro di me con una naturalezza che mi sorprende.
Il treno entra in una galleria. Il rumore del binario copre tutto. Io mi aggrappo alla sua spalla e lascio andare quella versione di me che si preoccupa sempre di fare le cose per bene.
Non dura molto. Ma non è questo il punto.
Scende a Genova. Nessuno scambio di numeri, nessun nome.
Mentre recupero la valigia e torno al mio posto, mi accorgo che sorrido. Non per lui, esattamente. Per me. Per quella parte di me che esiste solo nel buio di una galleria, tra due stazioni, senza storia e senza conseguenze.
La più vera.


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