Ciao a tutti. Sono Marta, scrivo racconti erotici. Questi sono diari di donne scritte in prima persona: storie intime che esplorano il desiderio dentro relazioni vere.

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venerdì 10 aprile 2026

La doppia presenza


 

 



Lanfranco me l'aveva chiesto tre volte.

La prima volta avevo riso. La seconda avevo detto no con quella fermezza che di solito chiude le discussioni. La terza volta — era un venerdì sera, lui con quella luce negli occhi che conosco troppo bene — avevo detto: "Fammi pensare."

Avevo pensato per due settimane.

Poi avevo detto sì.


I due uomini si chiamano Marco e Riccardo. Li ha scelti lui — "persone di fiducia" ha detto, come se esistesse una categoria del genere in questo contesto. Li ho incontrati una volta per un caffè, per capire. Riccardo è alto, silenzioso, mani grandi. Marco parla poco ma ha quegli occhi che ti fanno sentire già guardata da dentro.

Lanfranco era seduto sulla sedia nell'angolo quando sono arrivati — quella posizione che conosco, il marito spettatore, il mio pubblico di uno. Mi aveva guardata vestirmi per loro con un'attenzione così totale che quasi faceva male.


I preliminari erano stati lunghi, deliberati, generosi.

Marco e Riccardo sapevano quello che stavano facendo — si muovevano intorno a me con una coordinazione silenziosa che evidentemente non era la prima volta, e io mi ero lasciata andare strato dopo strato finché non ero più Luisa moglie di Lanfranco ma solo un corpo che voleva essere ovunque contemporaneamente.

Poi Riccardo si è steso sulla schiena e mi ha guardata.

"Sali."

Mi sono alzata sulle sue ginocchia, l'ho guidato dentro di me, e mi sono stesa su di lui sentendo il suo petto caldo contro il mio petto, le sue mani sui miei fianchi, la pienezza familiare di averlo tutto dentro.

Ho chiuso gli occhi.

Poi ho sentito Marco dietro di me.

Il suo peso si avvicinava, le sue mani sulle mie anche — e ho capito cosa stava per succedere e la mia prima reazione è stata immediata, istintiva:

"No. Dietro no — questo non l'ho accettato."

La voce era più brusca di quanto volessi.

Lanfranco si è alzato dalla sedia. Si è avvicinato al letto e mi ha preso la mano — piano, con quella tenerezza strana e storta che è la nostra.

"Non è quello," ha detto sottovoce. "Fidati."

Ho guardato i suoi occhi. Li conosco da undici anni. Non mentono.

Ho aspettato.

E allora ho sentito — non dove pensavo, ma dove c'era già Riccardo. Una pressione diversa, esterna, insistente. Il glande di Marco che premeva contro quella stessa apertura già occupata, cercando uno spazio che non sembrava esistere.

"Non è possibile," ho detto — o forse l'ho solo pensato.

Invece era possibile.

Lentamente, con una pazienza che non mi aspettavo, con le mani di Riccardo che mi tenevano ferma e quelle di Marco che mi aprivano centimetro dopo centimetro — è entrato.

Il dolore è arrivato subito — acuto, impossibile da ignorare, quella sensazione di essere portata oltre un limite che non sapevo di avere. Ho stretto la mano di Lanfranco finché le nocche non erano bianche.

"Respira," ha detto.

Ho respirato.

E il dolore — non è scomparso, si è trasformato. Si è mescolato con qualcosa che non avevo parole per descrivere — una pienezza assoluta, totale, che riempiva ogni spazio e non lasciava posto a nient'altro. Nessun pensiero. Nessuna lista. Nessun martedì mattina al lavoro. Solo questo.

Quando hanno cominciato a muoversi — lentamente, in sincrono, con quella coordinazione silenziosa — ho sentito ogni millimetro moltiplicato, ogni movimento amplificato, ogni sensazione che arrivava da due direzioni contemporaneamente fino a diventare una sola cosa enorme.

Ho detto il nome di Lanfranco.

Non so perché — lui non era nemmeno nel letto. Ma era lì, teneva la mia mano, e in quel momento era l'unica cosa certa che avevo.

Quando sono arrivata era come cadere da un'altezza che non sapevo di aver raggiunto.


Dopo — molto dopo — eravamo soli, Lanfranco e io, nel buio della nostra camera.

Mi teneva stretta senza parlare.

"Stai bene?" ha chiesto alla fine.

Ho pensato alla risposta per un momento.

"Sì," ho detto. "Stranamente, completamente sì."

Ha stretto la presa.

Fuori il venerdì sera continuava senza di noi. Noi eravamo già da un'altra parte — in quel posto strano e nostro che nessun altro avrebbe saputo trovare sulla mappa.


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