La torre
Non so da quanto sono qui.
Il tempo in questo posto non funziona come fuori — scorre diversamente, o forse non scorre affatto. C'è solo il freddo delle pietre, il rumore dell'acqua che cade dall'alto, e lui.
Sempre lui.
Mi ha portata qui la prima volta sei mesi fa — o forse un anno, non ricordo più — e da allora questo posto è diventato qualcosa che non so nominare. Non è una prigione. Le prigioni non le scegli.
Io l'ho scelto.
Le corde ai polsi sono di canapa grezza — le sento contro la pelle ogni volta che mi muovo, quel morso caldo che è diventato il confine tra il mondo di fuori e questo. Quando le sento so che sono arrivata. So che posso smettere di essere quella che sono sempre e diventare solo questo — un corpo che aspetta, una volontà che si consegna.
L'acqua scende dall'apertura nel soffitto in fili sottili e freddi. Mi bagna i capelli, le spalle, scorre lungo la schiena. All'inizio faceva male. Adesso è solo una sensazione — acuta, presente, reale. Qui tutto è reale. È il vantaggio di questo posto: non ci sono pensieri, non ci sono liste da fare, non ci sono aspettative. C'è solo il corpo e quello che sente.
Lo sento arrivare prima di vederlo — i suoi passi sul pavimento bagnato, lenti e ritmici, senza fretta. Non ha mai fretta.
Si ferma davanti a me.
Alzo gli occhi.
Mi guarda in silenzio per un tempo che non so misurare. Questo fa parte del rituale — lo sguardo che valuta, che prende possesso senza toccare ancora, che dice ti vedo in un modo che fuori da queste mura non ho mai trovato in nessun altro.
"Come stai?" chiede.
La domanda sembra strana in questo posto, con le mani legate e l'acqua che scende. Ma è la domanda più importante — quella che viene prima di tutto il resto, quella che apre o chiude la porta.
"Bene," rispondo. "Sono pronta."
Annuisce.
E allora comincia.
Le sue mani sono calde sulla mia pelle fredda — un contrasto che mi fa chiudere gli occhi ogni volta. Mi conosce a memoria, ogni centimetro, ogni punto in cui il confine tra dolore e piacere è sottile come carta. Cammina su quel confine con la precisione di chi ci ha dedicato anni di attenzione — non perché voglia ferirmi, ma perché sa che è lì che abito, in quel bordo stretto dove ogni sensazione è amplificata al massimo.
Mi porta lentamente dove vuole — con le mani, con la voce bassa che dà ordini che obbedisco senza pensare, con quella pazienza infinita che è la sua forma di dominio più assoluta.
Non urlo. Respiro.
Imparo ogni volta che il corpo sa cose che la mente non sa ancora — sa quando cedere, sa quando aprirsi, sa quando affidarsi completamente a qualcuno che ha guadagnato quel diritto nel tempo, prova dopo prova, mercoledì dopo mercoledì.
Quando arrivo è come cadere — non da qualcosa, verso qualcosa. Come se il pavimento di pietra bagnata fosse in realtà un posto morbido dove posare tutto il peso.
Le corde tengono. Le corde hanno sempre tenuto.
Dopo scioglie i nodi con le stesse mani precise.
Mi avvolge in qualcosa di caldo — non ricordo mai cosa, nel momento non ci penso. Mi tiene ferma finché le gambe non reggono di nuovo. Mi porta fuori dalla torre verso la luce e il calore, senza parole, senza spiegazioni.
Non servono.
Questo è il segreto che non racconto a nessuno — non il buio, non le corde, non l'acqua fredda. Il segreto è quello che viene dopo: le sue mani che sciolgono, il silenzio che è una forma di cura, la certezza assoluta che niente di quello che è successo lì dentro poteva andare storto.
Perché lui non avrebbe mai permesso che andasse storto.
La fiducia è questa. Non è una parola dolce — è una cosa dura e solida come le pietre di quella torre.
E vale tutto il freddo del mondo.
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