Le Confessioni di Anna – Episodio 7: L'Incontro
Questa settimana non è arrivato nessun file audio.
Al suo posto, un messaggio laconico, apparso sullo schermo del mio telefono alle sette del mattino: *“Caffè Cavour, ore 11. Devo vederti. Anna.”*
Ho accettato. La verità è che l'ascolto compulsivo dei suoi nastri aveva creato in me una curiosità quasi morbosa. Volevo vedere che faccia avesse la donna che, con voce rotta, mi aveva raccontato di essersi fatta sventrare su un materasso tigrato sotto lo sguardo paralizzato di suo marito Pippo.
Ero preparata a tutto. A una donna distrutta, a una signora sciatta, a uno sguardo folle.
Invece, quando Anna è entrata nel caffè, il mondo intorno a lei è sembrato fermarsi per un istante di puro rispetto.
Anna ha cinquant'anni, ma li porta come un'arma. Indossava un cappotto di cachemire color cammello, una piega perfetta, occhiali da sole scuri e un filo di rossetto mattone. Le donne della borghesia la guardavano con quell'invidia muta tipica della provincia. Il cameriere è quasi scattato sull'attenti per prenderle l'ordine.
Appariva fredda, intoccabile, superiore.
Si è seduta di fronte a me, sfilandosi i guanti di pelle con lentezza misurata.
«Grazie per essere venuta, Marta,» ha esordito. La sua voce dal vivo era diversa da quella registrata. Niente sussurri, niente affanno. Un timbro fermo, controllato.
«Ero preoccupata,» ho ammesso, studiandola. Cercavo una crepa nella sua armatura. Un tremore nelle mani, un tic. Niente. «Perché hai smesso di registrare?»
Anna ha preso la tazzina del caffè macchiato. Ho notato solo in quel momento che il colletto della sua camicia di seta era abbottonato fino in cima, stretto contro la gola, nonostante l'aria viziata del locale.
«Perché i nastri non bastano più,» ha detto, posando la tazzina senza fare il minimo rumore. «Quello che sta succedendo... non posso più raccontarlo da sola nel buio. Ho bisogno di guardare qualcuno negli occhi mentre lo dico. Ho bisogno di vedere se ti faccio schifo.»
«Non mi fai schifo, Anna. Lo sai.»
«Lo dici ora.» Ha sorriso, ma è stato un sorriso privo di gioia. Un rictus doloroso. Si è sporta leggermente in avanti, invadendo il mio spazio vitale sopra il marmo del tavolino. Il profumo che indossava era costoso, ma sotto c'era una nota acida. Sudore freddo. Tensione.
«Il gioco di Pippo è cambiato,» ha sussurrato. Ora la voce era quella dei nastri. «Non si accontenta più di restare a guardare nell'ombra. E Gino... Gino ha deciso che la camera da letto non gli basta.»
Ha lasciato cadere una pausa pesante tra noi. Il cameriere è passato, ignorando l'abisso che si era appena aperto su quel tavolino elegante.
«Stamattina,» ha continuato Anna, fissandomi negli occhi, sfidandomi a distogliere lo sguardo, «Pippo mi ha fatto alzare alle sei. Mi ha detto che dovevo prepararmi per l'incontro con te. Ha scelto lui l'intimo che indosso in questo momento. E poi... poi ha aperto la porta di casa a Gino. Non ero ancora vestita, Marta.»
La sua mano, finora perfettamente ferma, ha avuto un tremito incontrollabile stringendo il bordo del tavolo.
«Quello che mi hanno fatto stamattina, prima che mi allacciassi questo cappotto di cachemire per venire qui a bere un caffè... Pippo lo ha fotografato. Ha detto che dovevo portarti le prove.»
Anna ha aperto la sua borsa di pelle firmata. Ne ha estratto una busta chiusa e l'ha scivolata sul tavolo, verso di me.
*(Per vedere cosa c'era in quella busta, la galleria fotografica dell'umiliazione mattutina di Anna e il resoconto senza censure di ciò che i due uomini l'hanno costretta a fare, ti aspetto nel Livello Intimo del mio SubscribeStar).*


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