La vetrina
"Ti amo," disse Enrico quella sera, con gli occhi che scivolavano già verso il suo riflesso nella vetrina del bar.
Claudia lo vide. Naturalmente lo vide - aveva trentasette anni, non era cieca. Però scelse di sentire solo le parole.
Fuori, Milano si disfaceva di pioggia. Aprile era sempre stato il mese sbagliato per credere alle promesse.
Enrico aveva il tipo di fascino che non fa rumore: non un narcisista da manuale, solo un uomo abituato a non incontrare resistenza. La prima volta che l'aveva baciata - nel retro di quella galleria d'arte, tra una tela e una cassetta di cataloghi - le aveva sussurrato "Sei diversa dalle altre." Claudia aveva annuito, come se la frase non fosse già stata pronunciata mille volte su mille altre bocche.
La loro storia era fatta di promesse al mattino ("Ti porto a Parigi") e assenze la sera ("Sto lavorando"). Lui spariva per giorni, poi riappariva con regali costosi e scuse impeccabili. Claudia aspettava, annotando le sue assenze sul diario come si segnano i giorni di pioggia - con la stessa rassegnazione inutile.
Poi, un martedì qualunque, la svolta.
Un messaggio sul suo telefono, destinato a un'altra: "Claudia è stanca, cercasi sostituta." Enrico aveva sbagliato chat. O forse no.
L'ultima scena fu un caffè rovesciato sulla sua camicia bianca - un incidente, le mani che tremano hanno una loro logica. "Non ci siamo più," gli disse Claudia, con una calma che la sorprese per prima. Lui sorrise, il tipo di sorriso di chi ha già perso interesse. "Io esisto," rispose, "tu sei solo l'ombra di qualcuno che ha amato senza capire."
Claudia uscì sotto la pioggia senza voltarsi. Quella sera bruciò il diario.
Il fumo sapeva di nuovo inizio. E per la prima volta in due anni, non aveva paura di non sapere com'era fatto.


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